COP21: lo storico accordo di Parigi servirà davvero a qualcosa?

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«Un risultato enorme», un «passo avanti decisivo».
La reazione dei leader dei 195 paesi rappresentati alla XXI Conferenza Internazionale dell’ONU, da Barack Obama a Matteo Renzi, è di entusiasmo. Alle 19.26 di sabato 12 dicembre è stato ufficialmente approvato quello che da molti è definito come un accordo storico contro il riscaldamento del pianeta.
Vediamo cosa prevede in dettaglio l’intesa della COP21 di Parigi e se esistono davvero validi motivi per essere ottimisti sul futuro climatico della Terra.

La soglia dei 2°C
Come avevamo già spiegato in un altro articolo (lo trovate qui), obiettivo imprescindibile di un piano teso a evitare i disastri che il riscaldamento globale potrebbe causare avrebbe dovuto essere quello di limitare l’innalzamento delle temperature al di sotto dei due gradi centigradi rispetto all’epoca preindustriale.
Infatti, all’articolo 2 dell’accordo firmato a Parigi si legge di un impegno a mantenere il riscaldamento «ben sotto i due gradi» e di «fare sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C».
Si tratta senza dubbio di un impegno ambizioso, ma sono in molti a dubitare che sia anche realizzabile secondo il piano stilato a Parigi. Gli impegni alla riduzione delle emissioni, «se rigorosamente attuati, sono sufficienti a ridurre soltanto di un grado circa il trend attuale di crescita delle emissioni di gas serra, con una traiettoria di aumento della temperatura globale che si attesta verso i 2,7-3 gradi» ha sottolineato il presidente Legambiente Vittorio Cogliati Dezza.

Nessun vincolo
Ciò che scienziati e osservatori in genere auspicavano prima delle decisioni della COP21 era che dalla plenaria venissero fuori degli accordi vincolanti, che avrebbero obbligato i paesi del mondo a uno sforzo concreto. Sono stati delusi.
L’articolo 3 stabilisce che l’impegno a raggiungere gli obiettivi preposti sarà frutto di uno sforzo volontario delle varie nazioni. Sforzi che vengono definiti come progressivi nel tempo, ma che non saranno sottoposti alla verifica di un organo terzo, rimettendo del tutto alla buona volontà dei singoli stati le misure che verranno adottate. I risultati dovranno essere resi pubblici ogni cinque anni a partire dal 2020, data di entrata in vigore dell’accordo, come stabilisce l’articolo 4.
Se quest’obbligo di comunicare il contributo alla lotta contro il cambiamento climatico è abbastanza perché il ministro dell’Ambiente italiano Galletti si dichiari soddisfatto, giurando che «l’era delle fonti fossili sta tramontando e tutti l’hanno capito. Chi ha preso gli impegni li manterra’, anzi, molti faranno anche meglio», diversi scienziati ed esperti di ecologia sono invece scettici tanto sulla reale possibilità che gli impegni vengano mantenuti, quanto sul fatto che questi siano sufficienti. Secondo il presidente di Legambiente le misure che la COP21 ha deciso di adottare «non consentono di contenere il riscaldamento del pianeta ben al di sotto dei 2 gradi, e ancor meno al limite di 1,5 gradi». Si rende quindi essenziale secondo Dezza «una revisione di questi impegni non oltre il 2020 e purtroppo l’accordo lo prevede solo su base volontaria, rimandando al 2023 la prima verifica globale degli impegni. È invece urgente farlo prima del gennaio 2021, quando il nuovo accordo sarà operativo”»
D’altro canto, qualche tentativo di pressione affinché gli stati siano spinti a impegnarsi sul serio emerge dall’invito agli scienziati dell’IPCC (Intergovernative Panel on Climate Change) a presentare nel 2018 – due anni prima del 2020 in cui ogni stato aderente dovrà presentare il suo piano per la riduzione di emissioni – un rapporto che illustri le conseguenze di un riscaldamento di 1,5°C.

Un fine esercizio di diplomazia
Come i meno ingenui avevano già previsto, era poco realistico aspettarsi decisioni realmente drastiche da un’assemblea così ampia. La diplomazia ha avuto logicamente la meglio, portando a un testo che prova ad accontentare tutte le varie parti.
Va decisamente incontro alla volontà dei paesi produttori di idrocarburi – Arabia Saudita in testa – il fatto che si parli non di neutralità carbonica, bensì di «equilibrio fra emissioni da attività umane e rimozioni di gas serra», invitando a raggiungere il picco in una data precisata al massimo come «il prima possibile», per puntare poi al raggiungimento finale di questo equilibrio «nella seconda metà di questo secolo».
Anche gli Stati Uniti non sono rimasti delusi. In quanto paese molto inquinante, era chiara la loro volontà di evitare un possibile utilizzo dell’accordo di Parigi come base per cause legali contro importanti aziende inquinanti americane. Si può dire che sono stati accontentati: come evidenziano le Ong del Climate Action Network, il testo approvato in plenaria «non implica né contiene basi per alcuna responsabilità giuridica o compensazione».

Paesi in via di sviluppo
Uno degli argomenti che si annunciavano come più scottanti già da prima dell’apertura dei lavori. Non sarà stato semplice trovare la quadra a un accordo che ottenesse il consenso contemporaneo di paesi storicamente industrializzati – e inquinanti – come gli Stati Uniti e altri definiti in via di sviluppo, prima di tutti Cina e India, che pure hanno voluto esprimere la propria soddisfazione di fronte all’assemblea, a differenza dei rappresentanti del Nicaragua, che ha denunciato diverse lacune, soprattutto in tema di garanzie sui finanziamenti, rifiutando il proprio consenso e chiedendo di creare un fondo di compensazione «legato alla responsabilità storica», inserendo anche gli stati del Centroamerica nella lista dei più vulnerabili.
Il risultato finale è stato un testo in cui viene indicato l’obbligo per i paesi avanzati di fornire risorse a quelli in via di sviluppo, con la richiesta di stilare una roadmap che indichi come raggiungere la mobilitazione di 100 miliardi di dollari all’anno da qui al 2020. Niente di entusiasmante se si pensa alla bozza di partenza, in cui era indicato chiaramente un impegno a mettere a disposizione quella cifra e in cui le risorse da destinare ai paesi in via di sviluppo erano descritte come «adeguate» e «accessibili», oltre che «nuove» e «incrementali». Tutti termini tagliati nel documento definitivo.

Loss and damage
È vero: quella dei danni che alcuni paesi hanno già avuto o avranno a causa del riscaldamento globale – senza che ci sia ad oggi modo di evitarli – è una questione che entra per la prima volta in un accordo internazionale di così ampia partecipazione. Ciò nonostante è stata forse la causa di maggior delusione per gli osservatori della COP21. Un blando impegno a supportare azioni a favore dei paesi colpiti dai cambiamenti climatici è presente, attuabile tramite il Warsaw Mechanism, ma, come spiegato in precedenza, non c’è traccia di un passaggio che renda responsabili i principali inquinatori del pianeta.
Insomma un accordo che «contiene un’intrinseca e radicata ingiustizia: le nazioni responsabili del riscaldamento globale hanno promesso un aiuto misero a chi già oggi rischia di perdere la vita e i mezzi di sostentamento a causa dei mutamenti climatici. Questo accordo non ci porta fuori dal baratro», ha lamentato Kumi Naidoo, direttore di Greenpeace, «ci siamo ancora dentro profondamente. La differenza è solo che in questo momento le pareti dello strapiombo diventano meno ripide e ci sono alcuni appigli cui aggrapparsi per costruire un movimento crescente tra i cittadini in tutto il mondo».

Al momento c’è poco da festeggiare. Resta il grande risultato di aver visto riuniti i leader di 195 paesi a discutere di riscaldamento globale, in un periodo in cui Donald Trump, possibile candidato alla Casa Bianca, si permette di derubricare la questione a «balla colossale». Una soddisfazione che però non è per nulla sufficiente se la si confronta con le previsioni che numerosi studi scientifici hanno fornito sui risultati di un ulteriore innalzamento delle temperature per fine secolo.
Solo il tempo potrà dire se quello raggiunto a Parigi sarà stato un accordo storico, primo impulso a una reale riduzione dell’inquinamento prodotto dall’uomo, o soltanto un ennesimo circo di riflettori e inutili buone intenzioni. (Marcello Verduci) – (Image Credits: Left)

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