Criminalità organizzata e sanità pubblica: i varchi del sistema

infiltrazioni sanitàL’infiltrazione della criminalità organizzata all’interno delle strutture pubbliche italiane è un problema che inquina la trasparenza, la funzionalità e l’organizzazione dell’amministrazione sanitaria da diverse decine di anni.
Le inchieste giudiziarie sono state molteplici, tutte con risvolti clamorosi e tutte utili per capire quale assurdo meccanismo burocratico ed iter amministrativo siano l’architettura che permette un facile ingresso delle organizzazioni criminali in un settore così delicato quale è la sanità pubblica. La sanità pubblica è, in sostanza, il principe del mercato criminale, la maggior fonte di guadagno di un business in origine della mafia siciliana, adesso monopolio della ‘ndrangheta calabrese di Locri, San Luca e Platì. Perché la salute comprende quasi tutto il mercato? Qual è la spiegazione di questa profonda attrattiva? La risposta più efficace, a volte, è la più ovvia. Nessuno rinuncia alla salute, alla speranza di una guarigione e questa posizione di precarietà, fisica ancorché sociale, del paziente rappresenta, forse, la prima causa sociologica dell’ingresso mafioso nella sanità. Chiunque “comprerebbe” la speranza di una facile guarigione.
Ma al di là di questa considerazione, sì essenziale, ma da sola inutile, si potrebbe sistematizzare un prospetto, un elenco che possa sintetizzare e raccogliere quelli che da adesso definiremo i varchi, le porte che permettono alle mafie di stabilire un controllo invasivo sulle strutture burocratiche delle asl italiane? La risposta, grazie anche ai contributi di studiosi della sociologia delle organizzazioni criminali come il prof. Nando dalla Chiesa, è positiva. Si può. Esistono dei varchi, esistono delle porte, delle falle del sistema – paese, delle piccole crepe di carattere principalmente normativo – amministrativo, ma anche logistico, ossia che si riferiscono all’inefficienza della struttura amministrativa – sanitaria: sono le debolezze dell’architrave istituzionale, troppo farraginosa ma allo stesso tempo inconcludente. Ma non solo le strutture sono la causa di questo cancro che affligge la sanità italiana. Possiamo senz’altro sistematizzare dei varchi etico – professionali, legati strettamente alle vicissitudini ed ai difetti morali dei rappresentanti dell’organo istituzionale, vuoi l’assenza di una morale, vuoi l’assenza di un’indefettibile cultura politica. Infine, forse i varchi più utili, perché quelli che fanno leva sulla sfiducia del cittadino, sulla diseducazione della classe imprenditoriale, sull’incultura della cittadinanza stessa: i varchi che riguardano la società civile.
Analizziamo, adesso, singolarmente le diverse sfaccettature di queste porte.
I varchi normativi sono, come si può facilmente intuire, quelli che sono facilitati da un impianto normativo che lascia ampi margini di manovra, che lascia dei lati scoperti, che agevola, tramite strumenti normativi appunto, l’azione criminale. Un primo varco è senz’altro la previsione, nel nostro ordinamento, di una vasta gamma di contratti pubblici atipici, che sfuggono quindi ai normali meccanismi di controllo in quanto non classificabili in schemi positivi e che recano grossi deficit di controllo in termini di trasparenza e pubblicità: si prendano, ad esempio, le tecniche di project financing, la finanza di progetto, prevista dalla legge 415 del 1998, Merloni – ter, poi modificata dal nuovo codice dei contratti pubblici, d.lgs 163/2006 e infine dal d.lgs 152/2008: questo strumento consiste nel finanziamento totale di un progetto di pubblica utilità, quale può essere una struttura sanitaria, da parte di una società privata quindi più soggetta a “controlli” esterni di carattere mafioso. I proventi per la società aggiudicatrice, promotrice e gestore del progetto deriveranno dai flussi di cassa derivanti da una gestione ottimale dell’opera stessa, facilitando così la corruzione all’interno delle stesse strutture. La scelta di queste strategie di finanziamento altro non è che lo specchio di un altro aspetto da non sottovalutare: l’eccessiva privatizzazione del settore e la diminuzione della spesa pubblica. Ratio stessa della Merloni, nel 1998, era il contenimento della spesa pubblica.
La mafia, così come le altre organizzazioni criminali, ha attecchito, si sa, laddove negli anni del dopo guerra, ma anche prima, non v’era la presenza di uno Stato forte, di uno Stato sociale che tutelasse i cittadini, anche da un punto di vista giuridico. La privatizzazione è il sintomo di una malattia più profonda, l’assenza di un’impronta statale nella gestione, e nel miglioramento, delle strutture sanitarie.
Il buco normativo di cui sopra è sempre più agevolato da un’ormai atavica inefficienza delle Pubbliche Amministrazioni italiane, le quale peccano nei controlli – indagini della Procura di Torino parlano di un prestanome di una nota cosca calabrese, sorpreso, in macchina, con il “kit del perfetto turbatore d’asta” -, peccano nella verifica e soprattutto non sono solerti nel rispetto dei piani anticorruzione. L’inefficienza delle PP.AA., oltre ad essere prettamente amministrativa e quindi burocratica, è un’inefficienza di carattere soprattutto economico. I fondi mancano. Le ultime leggi di stabilità del nostro Paese sono state impietose nei riguardi della sigla di bilancio “sanità pubblica”. Ciò ha procurato inefficienze non da poco e condotto ad un inevitabile accorpamento delle strutture sanitarie, il che non ha fatto altro che facilitare il controllo delle nomine dirigenziali, quasi esclusivamente politiche, e diventato così monopolio di chi la politica, invero, la controlla. Le logiche di potere, in questo modo, vengono ampiamente soddisfatte. Capitolo dirigenza sanitaria: in Italia vige un eccessivo sistema di turn over aziendale con un sistema per niente basato sul merito o sulla portata di un curriculm vitae. La dirigenza, è bene ricordarlo, ha matrice politica e ciò permette l’inserimento di determinate figure. L’inchiesta legata alla clinica Maugeri di Pavia è significativa a riguardo.
Se queste sono alcune delle crepe strutturali più significative, vi sono delle crepe anche più gravi: quelle etiche e professionali. Da un punto di vista investigativo e processuale, quella delle professioni sanitarie è l’omertà più stringente di tutte. È difficile recuperare informazioni, specialmente dai medici. Ad oggi, gli interrogatori che hanno portato a smascherare alcuni degli impianti criminali più articolati derivano solamente da testimoni di giustizia e collaboratori. Nessuno dei quali in camice bianco. Non si vuol presumere di addebitare colpe su una categoria rispetto ad un’altra, poiché questo è un sintomo di un generale basso livello di etica pubblica e soprattutto politica. Le responsabilità sono anche, tuttavia, degli ordini professionali, che solamente in rarissimi casi hanno radiato dall’albo professionisti che, ad esempio, sono stati troppo precipitosi nelle valutazioni peritali psichiatriche circa alcuni indagati. Si veda sempre il caso Maugeri di Pavia.
Norme “facilitanti”, inefficienza delle Pubbliche Amministrazioni, politica dirigenziale decisamente poco accorta, omertà, basso livello di etica pubblica e, per concludere, la sempre più crescente consapevolezza, nel cittadino, che un proprio diritto sia un favore. Da pagare lautamente, superando le vicissitudini di una burocrazia mal percepita. Sono questi gli elementi che contribuiscono ad aumentare la grandezza del binomio mafia – sanità. (di Antonio Cormaci) – (Credit image: www.sanità.news.it)

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