Niente residenza, niente diritti?

residenzaCome dalla residenza anagrafica dipendono molti diritti come quello alla salute.
La collocazione geografica del soggetto dentro un confine è essenziale perché egli possa godere di diritti e doveri. Il Codice civile stesso dedica i primi articoli all’istituzione di concetti entrati nel nostro gergo comune come residenza, domicilio e dimora. Se il domicilio è il luogo sede principale delle attività ed interessi di un soggetto e prescinde dalla disponibilità di un luogo fisico, la residenza, diversamente, configura il luogo dove il soggetto ha la sua dimora abituale, potendo essere diverso dal domicilio. La residenza anagrafica costituisce uno strumento essenziale, indefettibile, primario affinché il soggetto possa dichiarare uno stato di fatto, cioè un’attestazione di una sua… esistenza. Il concetto di dimora, invece, si differenzia dal concetto di residenza per la sua “non abitualità”, requisito invece proprio della residenza così come statuita nell’art. 43 del Codice Civile, essendo quindi un luogo occasionale e differente dalla sede abituale del soggetto, il quale dimostra all’ordinamento di aver fatto una scelta comparativa rispetto ad una potenziale pluralità di domicili.
La residenza anagrafica, nella cultura del benessere dei nostri tempi, pare una cosa sempre scontata, il comodo rifugio del nostro letto, della nostra tastiera, della nostra quotidianità. Ma, purtroppo, non è così per tutti. Un cittadino con un lavoro, uno stipendio, una casa ha la propria residenza registrata normalmente presso L’Anagrafe della Popolazione Residente – APR -, che è disciplinata dalla Legge n. 1228 del 24 dicembre 1954 “Ordinamento delle Anagrafi della Popolazione Residente” e dal relativo regolamento di esecuzione, emanato con d.P.R. n.223 del 30 maggio 1989, costituendo questa un pubblico interesse, delimitando aprioristicamente il confine tra il normale soggetto ed il povero. È, insomma, la normalità, il quieto vivere.
L’estromissione di un soggetto dallo status di cittadino-residente  implica pertanto la perdita dei principali diritti umani garantiti dalla Costituzione, come il diritto al lavoro, il diritto di voto attivo e passivo – art. 48 -, l’accesso al welfare locale e l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale. È la violazione del diritto alla salute, regolato dall’art. 32 della Costituzione. La negazione di questo diritto soggettivo è l’annichilimento del soggetto, la sua non esistenza, il suo essere non persona. Significa il totale distacco dalla comunità e dai servizi, dalla tutela che questa può offrirgli. Altro non è che la morte civile, istituto che, nell’antichità, consisteva nell’essere esclusi dal rapporto di solidarietà e di protezione con la propria città. Ed anche questa è, in questi anni di crisi, una normalità.
La residenza è un diritto soggettivo e, tuttavia, si assiste frequentemente alla mancata “concessione” di tale requisito da parte di diversi comuni nei confronti di quella parte della popolazione, più debole ed emarginata, che è costituita dai senza dimora. Complice una interpretazione troppo restrittiva delle normative. Complice la paura. Complici le scarse finanze.
Principale vittima di queste anomie sociali sono, ovviamente, le persone senza dimora, quelle senza una causa, persa per molteplici motivi, gioco d’azzardo, licenziamenti senza reintegro ecc. La legge, nei riguardi di questa categoria prevede deboli ma esistenti forme di tutela, come l’iscrizione nel registro della popolazione residente anche per i senza dimora, ossia color che “per ragioni professionali o per mancanza di alloggio stabile si sposti frequentemente nell’ambito dello stesso Comune”; è “chi non abbia in alcun Comune quella dimora abituale che è elemento necessario per l’accertamento della residenza, ovvero coloro che non dimorano abitualmente in nessun Comune, oltre a non avere una normale abitazione.”, tramite l’intestazione di una via fittizia presso la quale eleggere domicilio e che molte volte corrisponde alle associazioni di volontariato. Tale procedimento di iscrizione permette un maggiore collegamento tra il richiedente e l’associazione domiciliataria, Nel 2009 sono state poste ulteriori condizioni, che consistono nel  fornire all’ufficio di anagrafe gli elementi necessari allo svolgimento degli accertamenti volti a stabilire l’effettiva sussistenza del domicilio. Il criterio del domicilio è dunque una fictio iuris. È fondamentale sottolineare come l’iscrizione anagrafica nel Comune di domicilio venga incontro ai “legittimi interessi del cittadino senza fissa dimora, conferendogli la possibilità di iscriversi nell’anagrafe di quel Comune che possa essere considerato – nei continui spostamenti dipendenti dalla natura della sua attività professionale – come quello dove più frequentemente egli fa capo, ovvero ha dei parenti o un centro di affari o un rappresentante o addirittura il solo recapito e che per lui sia il più facilmente raggiungibile. In questo modo viene assicurata l’iscrizione anagrafica non solo a coloro che, anche senza tetto, dimorano stabilmente in un determinato Comune, ma anche a chi, pur non dimorando stabilmente in un preciso Comune, “dimori, comunque, permanentemente e prevalentemente nel territorio nazionale della Repubblica italiana, in base alle prescrizioni dell’art. 16. Nel caso invece in cui un cittadino non ha alcun tipo di domicilio ma lo elegge al solo fine di chiedere ed ottenere l’iscrizione anagrafica, e si ritrova il problema di quale indirizzo indicare nei documenti, si provvede all’iscrizione in ogni Comune in un elenco speciale “non territoriale” nella quale siano elencati e censiti come residenti tutti i senza tetto e i senza fissa dimora che desiderino eleggere il domicilio. A tale scopo viene disposta, in anagrafe, l’istituzione di una via territorialmente non esistente ma conosciuta con un nome convenzionale dato dall’Ufficiale di anagrafe.
La legge, pur debole, è presente ma, sostanzialmente, inapplicata. Vedremo perché. (Antonio Cormaci) – (Credit Image: commondreams.org)

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