Populismo e Democrazia

democrazia

Il concetto di populismo è oggetto di una crescente attenzione da parte della letteratura sia economica che politica. Sebbene ve ne sia ancora soltanto una definizione non assiomatica, in Rooduij (2014) si è cercato di definire qual è il minimo comun denominatore che caratterizzi un partito come populista. Il problema sorge infatti nella costruzione di una definizione chiara e univoca che sembra invece sfuggire come sapone fra le dita non appena si provi a racchiuderla in un unico enunciato. Ad esempio, come riportato in Rooduij (2014), si possono identificare tre diverse strutture che caratterizzano in maniera diversa gli attori politici come populisti. Dalla letteratura statunitense si hanno partiti come il People’s Party, il Progress Party di Perot e il più recente Tea Party. Questi movimenti “bottom-up” (dal basso verso l’alto) partono da movimenti popolari e agrari contro i grossi e ricchi industriali. Dal Sud America, si hanno poi regimi autoritari come  Perón in Argentina, Morales in Bolivia e Chávez in Venezuela. Qui gli attori politici che rilanciano messaggi populisti, sempre contrapponendo il popolo alla élite,  non sono movimenti “bottom-up”, ma potenti leader politici. La terza struttura è quella europea, come il Front National di Le Pen, la Lega Nord di Salvini, gli austriaci Freiheitliche Partei Österreichs et cetera. Qui si ha una forte influenza di partiti politici di (estrema) destra (Albertazzi and McDonnell 2008), che enfatizzano l’identià culturale del popolo, posizionandolo sì contro una élite sporca, ma anche contro i “pericolosi altri” (immigrati o popoli di altre razze e religioni) (Rooduij 2014). Il problema è che ogni struttura è inesorabilmente legata al contesto geografico, non è quindi chiaro, ad esempio, se in Europa, Perón fosse classificato come populista. In Rooduij (2014) viene dimostrato che vi sono quattro caratteristiche comuni (il minimo comun denominatore) che identificano un attore politico come populista:

(1) I populisti enfatizzano la posizione centrale del popolo;

(2) è presente una forte critica alla élite;

(3) il popolo è concepito come un’entità omogenea;

(4) denunciano una crisi severa.

In Acemoglu et al. (2013), motivato dalle politiche del Sud America, viene studiato il populismo che parte dalla sinistra (vi è comunque una sezione dedicata a quello della destra), ma che poi viene appoggiato anche dall’elettore mediano che non si sente più rappresentato da una classe politica corrotta, vedendo nel populista una alternativa non influenzata da un conflitto di interessi fra lobby ed élite. Ai quattro punti sopra si può quindi aggiungere che la forza trainante di un partito populista diviene così la debolezza dell’istituzione democratica, la mancanza di credibilità sulle politiche adottate e di quelle in agenda.  Le dimostranze populiste germogliano così da questa debolezza, dando segnali che le loro future politiche saranno in perfetta linea con le aspettative dell’elettore mediano. Sempre in Acemoglu et al. (2013), si dimostrerà come, nel caso latino americano, questa scelta si ritorcerà invece contro lo stesso elettore. Infatti, in Dornbusch and Sebastian (1991) vi è scritto:

I regimi populisti hanno storicamente provato ad affrontare i problemi legati alla disuguaglianza nella distribuzione del reddito attraverso politiche macroeconomiche troppo espansive. Queste politiche, basate sul finanziamento in deficit […] non considerando i basici equilibri economici, sono spesso risultate in più grandi crisi macroeconomiche che finirono per compromettere i segmenti più poveri della società. (pag. 1)

Una volta delineato un concetto non assiomatico di populismo, sarebbe poi interessante investigare i suoi rapporti con il concetto di democrazia e quindi dove, all’interno della teoria politica, tale concezione debba essere inserita: in poche parole quanto distante è dalla democrazia? Un filosofo francese, Claude Lefort, ha studiato la logica della democrazia costituzionale che è determinata dal fatto che il luogo del potere è uno spazio vuoto (Lefort 1988), nel senso che nessuno può, in democrazia, appropriarsi e identificarsi con il potere. Ad esempio nella monarchia, il luogo è occupato da un Re che rappresenta l’unità sostanziale della comunità politica. La democrazia non è il potere di tutti, ma paradossalmente di nessuno. In una prospettiva democratica, il suddetto luogo è vuoto per eccellenza, i rappresentati democratici dirigono i pubblici uffici solo temporaneamente, soggetti a una competizione politica ed elettorale (Abts and Rummens 2007).  Ricordando la debolezza delle istituzioni democratiche riscontrata in Acemoglu et al. (2013), è importante sottolineare come le democrazie moderne mettano in primo piano il Rechtsstaat (Stato di diritto) e la difesa dei diritti umani, lasciando da parte l’elemento caratterizzante delle prime democrazie: la sovranità popolare. Si viene così a costituire un “deficit democratico” capace di scuotere severamente le fondamenta delle istituzioni basate sul concetto di democrazia. Essa è quindi contesa da una parte dalla libertà e dall’altra dall’uguaglianza; diviene così di grande interesse il paradosso insito nella democrazia costituzionale (Mouffe 2000) per il quale essa si forma dall’unione di due diversi ideali politici: uno di tradizione liberale e l’altro di tradizione democratica, basato sul concetto di uguaglianza e identità fra governati e governanti. In questo senso in Mouffe (2000), si sono identificati due pilastri: il pilastro democratico e quello liberale. La democrazia costituzionale deriva quindi dal bilanciamento dei poteri afferenti a questi due estremi. Il pilastro liberale porta avanti l’idea che l’autorità suprema in uno Stato deve risiedere  nella legge e quindi nel rispetto delle libertà individuali, mentre il pilastro democratico sottolinea che la sola supremazia della legge è pericolosa in quanto cela il dominio di un particolare gruppo della società. Si sostiene quindi che sia invece la legittimazione politica l’ingranaggio fondamentale: l’autorità suprema deve essere appannaggio del popolo. Quando vi è un forte sbilanciamento verso il pilastro democratico, allora  iniziano a crescere politiche populiste, ed è qui che Abts and Rummens (2007) dissentono. Il luogo del potere riempito da qualcosa non è per definizione democrazia e non può esserne accomunato. Infatti, per la logica populista, in netta rottura con la democrazia, il luogo del potere è occupato e chiuso da una immagine di popolo come un unico corpo. Questo si differenzia sostanzialmente dal concetto a due pilastri dove si intende il populismo come una estensione, sebbene distorta, della democrazia: se quest’ultima si poggia troppo sul pilastro democratico, allora vi può essere un grosso pericolo per la difesa dei diritti individuali sfociando così in populismo. In Abts and Rummens (2007) si vuole quindi andare oltre il modello a due pilastri, erigendone un terzo autonomo basato sulla logica populista. In questo modo il populismo non viene visto più come una degenerazione facente comunque parte della democrazia costituzionale, ma diventa un antagonista di essa, una sua minaccia. La logica democratica deve essere vista sotto la lente dell’enunciato: “unificato nella diversità”, una rappresentazione di una unione politica che non sopprima gli altri e permetta al volere di ognuno di apparire nel panorama politico, inserendosi in una aperta e mediata costruzione fra i voleri popolari in competizione. La democrazia si fonda quindi su una idea di società aperta e diversificata che trova la sua integrazione nel momento politico. La logica populista (il terzo pilastro) si identifica invece in un concetto di rappresentazione praticamente opposta, basandosi sull’immagine di una società chiusa e dotata di una sola e omogenea identità che soffoca le differenze individuali. Il luogo del potere vuoto è proprio l’espressione della libertà individuale (proveniente dal pilastro liberale), le libertà costituzionali non sono un limite esogeno alla volontà del popolo, ma sono il pavimento sul quale il processo di mediazione democratica si forma. La logica populista invece è in tensione con queste garanzie costituzionali di libertà individuale (Abts and Rummens 2007). Infatti se il popolo è sovrano, quindi la suprema autorità, allora le regole costituzionali sarebbero viste come limiti esogeni, non democratici, riversati sul volere popolare, inibendolo. Ma ciò sembra avere una identità dittatoriale: un “leader” democratico come rappresentante diretto del volere del popolo non dovrebbe limitare la azione collettiva in alcun modo. Visto che il popolo è un corpo omogeneo, allora la libertà collettiva coincide con quella individuale. Forzando un individuo ad abbandonare i suoi diritti individuali e sottostare alla volonté générale, lui è legittimamente “forzato ad essere libero” (Abts and Rummens 2007). Si ha quindi la percezione che la logica populista si suddivida in due macro gruppi: gli amici e i nemici. Seguendo Schmitt, ciò che è omogeneo necessita di una esclusione o anche distruzione di ciò che non lo è. Il nemico diventa tutto ciò che minaccia l’identità unitaria degli amici (ad esempio la summenzionata contrapposizione fra élite e popolo, politiche xenofobe et cetera). In democrazia invece il momento politico si ramifica in una pluralità di ideali politici fra loro avversari, ma mai nemici, che competono per l’acquisizione temporanea del potere democratico. Ogni ideale politico viene rispettato come legittimo avversario con il quale si può essere o meno in accordo, ma a cui mai potrebbe essere tolto il diritto di difendere le proprie idee nell’arena politica. La logica populista, in contrasto, identificandosi con il volere del popolo, delegittima completamente l’opponente politico che non può  per definizione essere rappresentate della volontà popolare.
Il populismo viene così a delinearsi come una completa rottura rispetto alla democrazia costituzionale, e non come una sua mera degenerazione. (Francesco Strati – PhD candidate Università degli Studi di Siena – Visiting PhD Università Commerciale “Luigi Bocconi”) – (Credit Image: © Copyright Theslash.eu – Riproduzione riservata)

Abts, K. and Rummens, S. (2007). “Populism versus Democracy” Political Studies 55, 405–424. DOI: 10.1111/j.1467-9248.2007.00657.x.
Acemoglu, D., Egorov, G., and Sonin, K.(2013).“A Political Theory of Populism”The Quarterly Journal of Economics 128(2), 771–805. DOI: 10.1093/qje/qjs077.
Aghion, P., Alesina, A., and Trebbi, F. (2004). “Endogenous Political Institutions” The Quarterly Journal of Economics 119(2), 565–611.
Albertazzi, D. and McDonnell, D. (2008), Twenty-First Century Populism. New York: Palgrave Macmillan.
Alesina, A. and Rodrik, D. (1994). “Distributive Politics and Economic Growth” The Quarterly Journal of Economics 109(2), 465–490.
Dornbusch, R. and Sebastian, E. (1991) The Macroeconomics of Populism in Latin America. Chicago: University of Chicago Press.
Lefort, C. (1988). Democracy and Political Theory. Cambridge University Press.
Mouffe, C. (2000). The Democratic Paradox. London: Verso.
Rooduijn, M.(2014).“The Nucleus of Populism: In Search of the Lowest Common Denominator”. Government and Opposition 49(5), 573–599. DOI: 10.1017/gov.2013.30.

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