Può, il consumatore, dichiarare il “fallimento”?

debiti

La risposta è positiva. Da qualche anno. È la legge 179 del 2012 che lo permette.
Ma come funziona questa procedura particolarmente utilizzata dai consumatori e contribuenti sui quali grava troppo il peso dei debiti verso Equitalia? Innanzitutto è una procedura che vale solamente per le persone fisiche, lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi, professionisti, parasubordinati, piccoli imprenditori, imprenditori agricoli, artigiani, enti collettivi con o senza personalità, in generale quei soggetti che non possono avvalersi della legge fallimentare che vale per gli imprenditori. I requisiti preliminari fissati dalla norma sono la situazione di sovraindebitamento, non aver usufruito di questa procedura nei precedenti 5 anni, non aver subito cessazione – risoluzione – revoca di un precedente piano di rientro ed una adeguata documentazione nella quale si ricostruisce la propria situazione economica e patrimoniale.
Il quid per attivare questa procedura è lo squilibrio, “forte”, tra il patrimonio prontamente liquidabile ed i debiti, accertata l’incapacità del consumatore di potervi adempiere ed il sovraindebitamento. La legge impone come ulteriore requisito, a tutela dei creditori e verificabile dall’autorità giudiziaria, che il debito sia stato contratto “in modo ragionevole rispetto alle proprie possibilità di ripagarli.”  Il consumatore deve portare la richiesta di fallimento in Tribunale, con un piano di rientro dai debiti che, qualora venisse accolto, diventa vincolante per tutte le parti, comprese, eventualmente, Equitalia o l’agente di riscossione, come nel caso della sentenza del Tribunale di Busto Arsizio, motivo che ha spinto alla formulazione di questa legge. Fissato un termine della procedura, il consumatore debitore viene liberato e tutelato da eventuali esecuzioni forzate, pignoramenti, vendite forzate ad opera dei creditori. Qualora, invece, il piano di rientro – preventivamente composto con l’ausilio di un commercialista o di un legale – non venisse accolto, il consumatore deve accedere alla procedura di liquidazione del patrimonio per liquidare i creditori e soddisfarne le pretese creditizie.
Per l’esdebitamento, invece, il consumatore, rivolgendosi ad un organismo di composizione delle crisi predisposto dalle leggi, può tentare la via della composizione, in via mediata, di un accordo con i creditori stessi, proponendo un piano di risanamento dei debiti. Se questo non viene accolto dai creditori in quanto non soddisfacente, può essere proposto il piano del consumatore, che è accessibile alle persone fisiche che hanno assunto debiti da attività non professionale o imprenditore. Il piano, in base al vaglio dell’autorità giudiziaria, deve soddisfare le pretese dei creditori più della liquidazione dei beni, ultima ed extrema ratio tra le possibilità previste. (Antonio Cormaci – Legal trainee, Legal banker) – (Credit mage: reuters.com)

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