Qualche numero sulla diffusione di armi in USA

credit_AK RockefellerWhite Pine, Tennessee. Un bambino, 11 anni di età, si affaccia alla finestra imbracciando il fucile calibro 12 del padre. Prende la mira e fa fuoco, colpendo al petto una bambina che di anni ne ha appena 8. Nonostante i soccorsi, lei perde la vita, mentre lui è ora atteso davanti a un giudice con l’accusa di omicidio di primo grado.
A pochi giorni dalla sparatoria all’Umpqua Community di Roseburg, Oregon, dove si sono registrati 7 feriti e 10 morti, compreso il 26enne Chris Harper Mercer, autore della strage, gli americani si trovano nuovamente a discutere della diffusione incontrollata di armi sul suolo statunitense.
Per comprendere il fenomeno e l’impatto che questo ha sulla società oltreoceano è utile affidarsi ai numeri. Fino ad agosto i mass shooting riportati erano 294 in 274 giorni: più di una sparatoria di massa al giorno. La popolazione americana è circa il 4,4% di quella mondiale, ma conta quasi la metà dei possessori di armi a livello globale.Grafico 1
Quest’anno la rivista Pediatrics ha pubblicato uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Yale e del Boston Medical Center: i numeri sono impressionanti. 7.391 ricoveri all’anno per ferite da armi da fuoco: di questi, il 50% riporta una frattura, mentre più di un terzo lesioni interne. I più colpiti sono bambini e ragazzi sotto i venti anni, con una media di 20 feriti al giorno. Dopo gli incidenti automobilistici, le armi da fuoco sono la prima causa di morte in America nella fetta di popolazione tra i 15 e i 19 anni. Questi numeri si riflettono in pesanti ricadute sulla sanità: a parte le cure immediate a chi è stato raggiunto da proiettili, gli scontri a fuoco si lasciano dietro lunghi strascichi di fisioterapie e riabilitazione dai traumi psicologici che provocano.
Esiste un divario statistico evidente per quanto riguarda l’etnia di vittime di armi da fuoco e loro possessori: tra morti e feriti, il 47% sono afroamericani. Chi detiene un’arma è bianco nel 41% dei casi, ispanico nel 20% e afroamericano nel 19%.
Per capire quanto la barbarie della cultura delle armi sia pervasiva sul suolo statunitense è sufficiente affidarsi alla demografia. Nel 2014 la popolazione americana contava 319 milioni di individui e dai 270 ai 310 milioni di armi da fuoco, detenute più o meno legalmente: praticamente quasi un’arma a testa. grafico 2Se anche è vero che questa mentalità è mutata poco significativamente dai tempi del Far West, non si può ignorare il gran numero di persone che adducono come giustificazione alla loro voglia di armarsi la paura del terrorismo. Dall’11 settembre 2001 la popolazione USA – anche grazie a propagande decisamente allarmistiche – avverte maggiormente la necessità di dotarsi di strumenti per proteggersi. Questa paranoia collettiva, che permette alla potentissima lobby delle armi di fatturare cifre da capogiro, sarebbe molto semplice da smontare dati alla mano. Senza contare i morti fatti dalle forze dell’ordine, il confronto tra il numero di vittime causate dalle armi da fuoco e dal terrorismo è impietoso: 316.545 contro 36 dal 2004 al 2013 secondo una stima del Dipartimento di Stato e dei Center for Disease Control and Prevention.
Un paradosso sottolineato all’indomani della strage in Oregon dallo stesso presidente Barack Obama, che da anni si mostra intenzionato a ridurre la libertà di armarsi decretata dal secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Purtroppo la politica non è certo immune all’enorme influenza dell’industria delle armi e fino ad oggi i risultati del proposito presidenziale restano tutti nelle parole.
«Oggi è una giornata vergognosa per Washington. Ma non è finita qui. La mia amministrazione farà di tutto per proteggere la nostra comunità dalla violenza delle armi», furono queste le parole di Obama quando, nel 2013, il Senato bocciò la legge sul controllo delle armi. Nel frattempo, nelle scuole americane il concetto di “violenza buona” e la legittimità del possesso di armi da fuoco continuano ad essere propagandati da associazioni come la NRA anche a bambini in età da asilo.
Per una persona cresciuta in Europa non è semplice immedesimarsi nella situazione americana, riuscire a immaginare di acquistare un fucile d’assalto al supermercato. grafico 3E invece solo lo scorso agosto la celebre catena Wal-Mart ha annunciato di voler ritirare dagli scaffali armi semiautomatiche come gli AR-15. In realtà le motivazioni dietro alla decisione – seppur arrivata in concomitanza con l’omicidio in diretta di due giornalisti in Virginia – sono state per lo più di natura economica. «Un discorso simile a quello che facciamo con ogni altro prodotto», ha spiegato un portavoce di Wal-Mart. Meglio concentrarsi sui fucili dedicati ai cacciatori: vendono di più.
L’ovvio risultato di una cultura – se così può essere definita – del genere è un paese dove, nonostante il variare da stato a stato delle norme sul possesso di armi, si contano più armi e vittime per scontri a fuoco rispetto a località del pianeta colpite dalla guerra, che difficilmente un turista occidentale avrebbe il coraggio di visitare. (di Marcello Verduci) – (Credit: AK Rockefller)

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