Un futuro senza antibiotici


antibiotici

Già oltre 300mila: è il numero di casi di influenza registrato dall’Istituto Superiore di Sanità in Italia quest’anno. Un numero importante, ma i virologi si attendono un netto aumento durante l’inverno che andiamo ad affrontare. È in questo periodo che diventa ancora più importante la discussione sugli antibiotici e sui rischi legati al loro improprio utilizzo.

«Poiché noi umani siamo creature abbastanza grandi e intelligenti da produrre e usare antibiotici e disinfettanti, ci autoconvinciamo facilmente di aver relegato i batteri ai margini dell’esistenza: be’, non contateci. I batteri non costruiscono città e non hanno una vita sociale molto interessante, questo è vero; ma quando il Sole esploderà, saranno ancora qui. Questo è il loro pianeta, e noi lo abitiamo solo perché loro ce lo consentono». (Bill Bryson, Breve storia di (quasi) tutto)

Antibiotico-resistenza
Molte prassi terapeutiche che oggi tendiamo a dare per scontate un giorno non troppo lontano potrebbero diventare inaccessibili. Pensiamo alla chirurgia, alla chemioterapia, anche alla semplice possibilità di non morire di infezione dopo un parto o di non essere costretti ad amputare un arto ferito. Tutte cose che sono gli antibiotici a consertirci: grazie a queste sostanze evitiamo che alcuni batteri riescano a ucciderci nei momenti in cui il nostro corpo è più vulnerabile.
Oggi, tuttavia, ci si prospetta il serio rischio di non poterci più avvalere degli antibiotici a causa di ciò che viene definito antibiotico-resistenza. In pratica, si tratta della capacità dei batteri di imparare a resistere ai diversi farmaci che usiamo per debellarli. Ciò pone tutta una serie di problemi di non facile soluzione e dalle gravissime conseguenze.
Oltre alla capacità di moltiplicarsi in modo molto veloce, i batteri sono in grado di acquisire la capacità di resistere all’azione antibiotica. Non solo, riescono addirittura a trasmettersi gli uni con gli altri i geni responsabili dell’antibiotico-resistenza. Un rischio che già Alexander Fleming, il primo a isolare la penicillina da un fungo – cosa che gli valse il Nobel per la medicina –, aveva previsto, col suo invito a utilizzare con parsimonia l’antibiotico da lui ottenuto, in modo da ritardare il più possibile lo sviluppo di resistenze.
Un recente rapporto stilato dal CDC (Center for Deseases Control and Prevention) stima che ogni anno negli Stati Uniti 2 milioni di persone contraggono un’infezione causata da un batterio resistente e 23mila perdono la vita per questo.

Come succede
La causa primaria dell’antibiotico-resistenza è la generale carenza di buon senso.
Il fatto che i batteri sviluppino una resistenza alle sostanze in grado di ucciderli è naturale: fa parte del loro processo di evoluzione e adattamento all’ambiente. Ma tutta una serie di comportamenti sbagliati da parte dell’uomo velocizzano questo processo. In sintesi:

Uso sbagliato: stiamo male, il medico ci prescrive un antibiotico. Appena vediamo che i sintomi che ci affliggevano scompaiono decretiamo la guarigione e sospendiamo l’assunzione del farmaco, prima della scadenza terapeutica fissata dal medico che ci ha in cura. Sbaglio enorme: anche se non più in numero sufficiente da farci star male, i batteri responsabili dell’infezione sono ancora presenti nel nostro organismo. Non debellarli completamente accresce a dismisura il rischio dello sviluppo di resistenza agli antibiotici.
Uso di antibiotici non necessari: quante volte ci è capitato di assumere o di vedere assumere antibiotici per combattere un’influenza virale? Niente di più pericoloso e inutile: non solo il farmaco, che è studiato per combattere batteri, è del tutto inutile contro l’azione dei virus, ma agendo sui batteri che normalmente vivono nel nostro corpo senza determinare lo sviluppo di una patologia fa sì che alcuni di questi sviluppino resistenze che potranno poi diffondersi.
A questo vanno ad aggiungersi le quantità spropositate di antibiotici utilizzati per l’allevamento di animali destinati al consumo. Questi antibiotici, somministrati in dosi massicce ad animali costretti a crescere in gabbie sovraffollate o in ambienti con scarsa igiene o semplicemente in condizioni di continuo stress che ne compromette il sistema immunitario, conferiscono resistenza ai batteri che vivono nel corpo di questi animali e che da lì finiscono sulle nostre tavole e successivamente nei nostri organismi. Uno studio pubblicato sul Jama Internal Medicine mostra un’associazione tra l’abitare nelle vicinanze di un allevamento intensivo di maiali in cui vengono utilizzati antibiotici e un aumento del numero di infezioni da Mrsa, alias stafilococco aureus resistente alla meticillina.
Come se non bastasse, i batteri sono famosi per la loro capacità di infrangere la barriera tra specie: una ricerca pubblicata su Nature ha illustrato la capacità di alcuni di questi di passare dall’uomo all’animale, acquisire nel suo organismo l’antibiotico-resistenza per poi tornare all’attacco del corpo umano.

Cosa ci riserva il futuro
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha già da tempo lanciato l’allarme: entro il 2025 in Europa potrebbero verificarsi 1 milione di decessi causati da batteri resistenti agli antibiotici. 10 milioni per il 2050. La sfida, a questo punto, è volta allo sviluppo di nuove molecole antibiotiche. Un obiettivo di per sé difficile che incontra anche la riluttanza delle case farmaceutiche a investire grossi capitali – si stima oltre il miliardo di dollari – in questa ricerca. Il motivo è il più banale: tutto ciò è economicamente poco conveniente.
«Tu sviluppi un nuovo antibiotico e la risposta della comunità è: ‘fantastico, proprio quello che stavamo aspettando, un nuovo farmaco talmente importante che dobbiamo usarlo il meno possibile […] Dal punto di vista economico dello sviluppatore questo vuole dire che non rientri dell’investimento fatto». Parola di John Rex, vice presidente del dipartimento di ricerca sulle infezioni cliniche dell’azienda farmaceutica Astrazeneca. A conferma di ciò, ricercatori dell’ospedale Santa Maria Misericordia di Udine lo scorso agosto hanno pubblicato su Annals of Clinical Microbiology and Antimicrobials uno studio che calcola come da 18 aziende farmaceutiche impegnate nella ricerca di nuovi antibiotici nei primi anni ’90 si sia sceso a sole quattro che continuano nello sviluppo di nuove molecole nel 2011. Nello stesso periodo, da 10 nuovi farmaci approvati per l’utilizzo umano si è passati a due soltanto.
Uno sforzo chiaramente insufficiente: al momento, per certi versi, gli esseri umani sviluppano le proprie conoscenze molto più lentamente di quanto non facciano i batteri, che si dimostrano già resistenti agli ultimi antibiotici sviluppati oggi.

Oltre a spingere perché sia i governi che le aziende investano maggiori sforzi nella ricerca di nuove contromisure, ciò che ognuno di noi è chiamato a fare è utilizzare gli antibiotici solo quando consigliati da un medico, osservando rigorosamente la sua prescrizione.
Il rischio che ci si presenta davanti è quello di un ritorno fin troppo rapido a un’era buia molto simile a quella precedente alla scoperta della penicillina, in cui un gran numero di patologie che oggi vengono debellate senza grosse difficoltà potranno diventare fatali. (Marcello Verduci) – (Credit Image: BBC)

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