Una notizia scioccante!

catena umana

«E infatti l’overdose di informazione produce disinformazione» (N+1)

Tranquilli, nessuno ha approvato la commercializzazione della carne canina. Quello nella foto è solo uno dei tanti titoli di notizie palesemente fasulle pubblicate da Catena Umana.
Si tratta solo di un esempio: la rete è ormai piena di portali che promettono informazione fornendo invece succose esche per ingenui perciformi pronti ad abboccare.
Immigrati malvagi, governo ladro, crudeltà sugli animali… I temi utilizzati per fare da sfondo alle bufale che vengono sfornate quotidianamente sono gira e volta sempre gli stessi, cioè quelli capaci di suscitare una reazione emotiva in chi li legge.

“Catania, 15enne bruciato vivo. Massacrato perché cristiano”.
“Napoli, ospitano un pakistano a cena: stupra la figlia e viene picchiato dal padre”.
“Marocchino salva bambino in mare e poi muore per la fatica”.
“Quattro tunisini stuprano la moglie e poi uccidono il marito a sprangate”.
“Nigeriano stupra madre e figlia, il marito gli getta l’acido sul pene”.
“Immigrato violenta bambina di 7 anni. Il padre gli taglia le palle e gliele fa ingoiare

A settembre, a seguito di numerose segnalazioni, la polizia postale è risalita all’autore dei titoli riportati quassù. Si trattava di Gianluca Lipani, studente ventenne improvvisatosi dispensatore d’informazione. Dal suo portale, nocensura.eu, lanciava in rete pseudo notizie raccapriccianti, in cui i cittadini italiani, già martoriati dalla crisi e dal governo, finivano vittime di brutali e crudeli immigrati. Il ragazzo è stato ovviamente denunciato per istigazione alla discriminazione razziale, ma vale la pena di porsi qualche domanda su cosa possa aver spinto lui e tanti altri che si occupano di fornire un servizio simile al suo.
La risposta è facilmente immaginabile.

Soldi
Bisogna immediatamente chiarire un dettaglio, per chi non fosse abbastanza addentro alle dinamiche dell’ambiente di internet.
Visite uguale denaro: il numero di utenti che cliccano un link e approdano a una pagina web determina il valore economico di quella pagina. Molto spesso, alle aziende che pagano per ottenere spazi pubblicitari su un sito internet importa poco del contenuto stesso del sito, molto di più della sua visibilità.
Più visite, più probabilità che la pubblicità sia vista o meglio ancora cliccata, così da far giungere l’utente alla pagina dello sponsor.
È un mercato complesso: i cosiddetti banner solitamente producono guadagni risibili, nell’ordine – quando va bene – dei centesimi di euro per click. Il blog di un’appassionata di fotografia o di un amante della cucina che hanno interesse a condividere le proprie passioni difficilmente raggiungerà un numero di visite sufficienti a produrgli un introito significativo per mezzo della pubblicità.
Se però ci si inventa la notizia giusta, utilizzando il giusto titolo e la giusta immagine, affinché chi la vede postata su Facebook o su altri social network sia portato a condividerla immediatamente, spinto il più delle volte dall’indignazione, i numeri si fanno interessanti, e così i possibili ricavi pubblicitari.
È lo stesso Gianluca Lipani a spiegare come funzioni quest’informazione drogata di falsità in un’intervista rilasciata a Maurizio Di Fazio per l’Espresso:

notizie

Nel momento in cui un contenuto diventa virale – cioè si diffonde a macchia d’olio, spesso via social network, portando parecchie migliaia di visite – si può riuscire a guadagnare parecchio, anche più di mille euro a post.
Lo scorso gennaio, il portale Catena Umana – e le rispettive pagine social – ha riportato una notizia, successivamente destituita di ogni fondamento, secondo la quale Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le due cooperanti rapite il 31 luglio scorso in Siria, avrebbero raccontato ai PM di Roma che le hanno ascoltate di aver avuto rapporti sessuali, addirittura consenzienti, coi loro sequestratori. Nonostante la falsità di queste affermazioni, la notizia aveva fatto velocemente il giro del web, finendo per essere rilanciata su Twitter niente di meno che dall’account ufficiale di Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato.
Una tale visibilità, e di conseguenza una tale mole di click alla pagina, genera ovviamente un guadagno. Il meccanismo è esattamente questo: notizia falsa, indignazione, condivisione e dunque ricavi pubblicitari.
Purtroppo, non si tratta di un commercio innocente. Anche quando questo tipo di informazione bugiarda non sconfina nella diffamazione, finisce per generare altre conseguenze, spesso non meno gravi. Come riportato sul Sole24Ore in un articolo sulle bufale online: «Se l’unica democrazia davvero compiuta è una democrazia informata, le notizie false indeboliscono la democrazia: costruiscono paradigmi culturali e creano percezioni che si riflettono nella vita di tutti i giorni, dalla scelta del partito da votare a quella dell’università da frequentare. Nella realtà parallela delle notizie false, per esempio, durante gli anni peggiori della crisi economica molti hanno descritto l’Islanda come il modello da seguire: smettere di pagare il debito e disobbedire alle crudeltà suggerite dalla troika. Mentre le redazioni dei talk show mandavano inviati in Islanda per raccontare questa storiella nell’intervallo tra una lite e l’altra, la realtà faceva il suo corso: l’Islanda pagava il suo debito, addirittura nazionalizzava tre grandi banche pur di evitarne il fallimento e riceveva con gratitudine un salvifico prestito del Fondo monetario internazionale; ma qualche partito cavalcava la falsa storia islandese criticando quelli che non trovavano praticabile quella strada inesistente».

Tornando al titolo di quest’articolo: no, non è davvero così scioccante – anzi, nemmeno sorprendente – che anche in Italia sia nato un florido commercio per quegli imprenditori  che trattano come prodotto la stupidità, la superficialità o la semplice ignoranza di chi frequenta i social network.
Ciò che dovrebbe colpire di più è una semplice riflessione: probabilmente questo articolo collezionerà più visite di tutti gli altri presenti su The Slash e l’unico motivo sarà da ricercare nell’immagine di testa e in quel titolo così raccapricciante e scritto in stampatello.
E questo è un vero peccato – ve lo assicura chi scrive.
Se davvero si desidera informarsi, conoscere la realtà che ci circonda – e bisognerebbe sentire questo compito come un dovere civico di tutti – allora si è tenuti a verificare l’autenticità di ciò che si legge, senza fidarsi a cuor leggero di ciò che più colpisce, solo perché è scritto nella maniera giusta e riesce a dare la sensazione di condividere un vero e proprio scoop.
Un lettore acritico non è un cittadino informato, bensì un semplice pollo che non vede l’ora di essere spennato da chi gli promette di svelargli la verità mentre invece ingrassa sulla sua disinformazione.
La scusa della fretta non può reggere: oggi basta una semplice ricerca su Google per trovare facilmente conferme o smentite a ciò che leggiamo. I portali che si occupano di fact-checking sono magari meno numerosi di quelli che diffondono falsità, ma di certo molto più salutari per chiunque voglia sinceramente conoscere il mondo per quel che davvero è. (Marcello Verduci)

Related Posts

Leave A Comment